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Monday, November 24, 2008

Update sullo stato di Facebook negli EAU. Ovvero: due o tre cose che so di questo Paese e che il MAE non vi dira' mai.


carissimi, lo so che a voi magari non ve ne puo' fregare di meno, ma mi sembra il caso di dirvi cosa sta succedendo, sia perche' e' una cosa che mi sta innervosendo non poco, sia perche'... beh, perche' si'!


allora, pare che molte persone siano riuscite ad aprire facebook utilizzando Anchor Free-Hotspot, un software che di solito si usa per navigare sui siti censurati (siti porno, ma anche Skype o altri siti di social networking...).
la cosa strana e' che, di solito, quando un sito e' bloccato esce una schermata come quella qui sotto


mentre invece per facebook questo non succede: si puo' tranquillamente visualizzare la homepage, ma non si puo' navigare nelle altre pagine. pero' tutti si sono muniti di software anti-censura (tanto che ormai etisalat, la maggiore compagnia emiratina di telecomunicazioni, ha bloccato anche il sito Anchor Free ed ho sentito gente che oggi provava ad accedervi smadonnare in aramaico antico), ma, anche con Hotspot, io non riesco ad aprire facebook (mentre invece, per scrupolo, ho provato Skype e funziona). comunque non vi dico i giri di telefonate tra expats per consigliarsi questo piuttosto che quello e per aggiornarsi (peggio del personal status ragazzi).

a questo punto pare non si tratti di censura, ma piuttosto di linee sovraccariche (da due giorni ed a qualsiasi ora? bah, strano!).


pero' a me la cosa scoccia come se si trattasse di censura perche' in questo paese, cosi' osannato dai nostri bravi manager e diplomatici, essa e' solo una delle mille restrizioni che gli expatriates incontrano. e allora, le vogliamo elencare? e si', dai, elenchiamo un po' di aneddoti su questo bel paese "libero e democratico" e cosi' "accogliente verso gli stranieri, senza dimenticare il rispetto per le proprie radici", come ce lo vogliono vendere i vari shuyukh e gli ambasciatori (tutti filo-americani). libero e democratico? un bel paio di coglioni! accogliente verso gli stranieri? almeno quanto un carcere di massima sicurezza.



innanzitutto potrei parlarvi della censura mediatica, che si esprime sia mediante il controllo dei quotidiani (le prime 5 pagine dedicate agli impegni mondani -inutili: di solito sono lettere, telefonate, incontri "volti a rafforzare i rapporti bilaterali tra gli eau e [inserire il nome di un qualsiasi stato del mondo conosciuto]" come dice l'espressione standard usata da al-ittihad, giornale filogovernativo in lingua araba, poi qualche notizia di politica interna ed estera -senza mai parlare, pero', dei crimini che avvengono all'interno del paese per non rovinare l'impressione che si tratti di un paradiso per ricchi polli) e del web (secondo le autorita', oltre 1000 siti sono bloccati e, nonostante ad agosto pareva dovessero essere sbloccati, il numero e' in aumento -cfr. Anchor Free). ma non lo faro'.


potrei continuare raccontandovi la "vita" che fanno coloro che la sfavillante dubai la stanno costruendo pezzo per pezzo, mattone dopo mattone, vetrata a specchio dopo vetrata a specchio, morte dopo morte, come avevo fatto in questo post sul blog di Wil o come avevo fatto di qua, di come i "diversamente ariani" vengano trattati in questo paese, usati, schiavizzati e poi gettati via come un kleenex sporco di merda in un cesso pubblico, di come la dignita' qui sia pari al tuo passaporto e direttamente proporzionale al tuo conto in banca e per chi, come accade di solito, viene privato del passaporto per lavorare, beh, ecco, la dignita' e' un bel problema. ma non avrebbe senso parlarne, qui ed ora poi.


oppure potrei dirvi che questo paese e' talmente ospitale verso gli expatriates che tutte le notizie di cronaca nera che hanno per protagonisti degli emiratini vengono abilmente sottaciute, mentre quelle cui si da' rilievo sono solo quelle aventi per protagonisti indiani, pakistani, afghani e bengalesi (cioe' gli unici che lavorano sul serio): l'anno scorso, facendo la rassegna stampa dei giornali in lingua araba, mi sono imbattuta in un trafiletto minuscolo che diceva piu' o meno "grossa operazione contro lo spaccio di droga porta al sequestro di una nave carica di hashish, cocaina ed eroina. il bravo comandante della polizia di dubai [nome] dice che la droga non era destinata agli emirati", mentre ad agosto di quest'anno tutte le prime pagine dei giornali mostravano la foto di 13 uomini afghani rei di importare droga nelle cassette della frutta (tra l'altro questi ultimi saranno condannati alla pena di morte alla fine del processo-farsa). eh, si', perche' qui la droga e' vietata in toto (ne sa qualcosa il ragazzo italiano che sta marcendo in carcere da piu' di due anni perche' aveva con se' uno sputo di hashish), ma stranamente il figlio di uno sheykh qualche anno fa e' morto di overdose.

e gli emiratini sono talmente ospitali che a dubai una donna e' morta perche' stava scendendo da un taxi e l'emiratino che era in coda dietro di lei si e' stufato e le e' passato sopra con il suo hummer davanti agli occhi del marito (qui la notizia da un giornale inglese e qui la versione di un giornale emiratino: notate la porcata di far passare per ubriaca una donna su cui uno e' passato sopra con l'hummer. tra l'altro ora l'avvocato difensore dell'emiratino invoca come scusante il fatto che uno dei passeggeri del taxi avrebbe fatto un gestaccio al povero 22enne omair abdullah eissa thani al thani mentre lui suonava il clacson... senza parole).


potrei anche dirvi che i non-musulmani devono ottenere una licenza per poter comprare alcolici e che se vengono trovati in possesso di alcolici senza avere la licenza possono andare in galera. ma nei club e nelle discoteche nessuno ti chiede una licenza quando ordini una birra, tant'e' vero che i musulmani bevono liberamente e tantissimi di loro muoiono (o provocano morti) sull'autostrada (gli incidenti stradali sono la principale causa di morte in questo paese, anche perche' tutti se ne fregano delle regole).


potrei spiegare inoltre che le donne qui giocano ad essere emancipate, che' le emiratine sono a capo di grandi imprese, ma, in realta', se lo sono e' perche' sono prestanome per i loro padri o mariti o fratelli perche' e' il nome che importa, che vengano da grandi famiglie, non la professionalita', che' tanto poi assumiamo un paio di europei a dirigere la ditta e ci pariamo il culo per la nostra incompetenza. e la societa' e' talmente libera ed aperta qui e le donne cosi' emancipate, che potrei anche dirvi che quasi tutti gli emiratini ancora fanno l'equazione donna occidentale=zoccola e si comportano di conseguenza. ma, d'altronde, perche' dovrei?



quindi non vi diro' queste cose, e me ne staro' zitta nel mio "paradiso" artificiale a far finta che questa sia la vita vera e ad aspettare che si risolva questo "caso facebook" che sta scombussolando me ed altre migliaia di expats che hanno bisogno di un aiuto per evadere, almeno virtualmente, da questa democrazia tarocca.


perche', checche' ne dicano gli psicologi, per alcune persone che vivono in determinati surrogati di realta', il web e' meglio della vita reale...




p.s.: scusate per il linguaggio piuttosto scurrile. e pensare che oggi volevo scrivere qualcosa di mieloso sulla mia famiglia!


Tuesday, November 11, 2008

News dalla Terra Santa (perche' e' sempre bene non dimenticare...)



oggi e’ il quarto anniversario della morte di Yasser Arafat.


so che questo blog di solito parla di cazzate, frizzi e lazzi (e tra poco riprendo a farlo…), ma spesso questo avviene perche’ parlare di altre cose fa male. al cuore.
come per esempio parlare di Palestina

e gia’ mi faccio del male parlando tutti i giorni di Palestina con la mia collega R., palestinese con passaporto giordano che non ha mai visto la casa in cui suo padre e’ nato e che quasi ogni giorno mi racconta con le lacrime agli occhi le storie della sua famiglia e dei loro ulivi.
o mi faccio del male ripensando ad A., studente di informatica di Nablus che doveva far parte di una conferenza ad Alessandria alla quale ho partecipato anch’io, ma che non e’ potuto essere con noi perche’ gli hanno rifiutato il visto 6 volte e, quando sembrava che ce l’avesse finalmente fatta, i militari israeliani l’hanno bloccato e gli hanno impedito di lasciare il SUO paese.
o anche quando sul giornale leggo le notizie provenienti da “Gerusalemme Occupata” (come la chiamano qui) o da Gaza, dove la mia amica M. ha vissuto tutti i 24 anni della sua vita di donna forte e coraggiosa, con una speranza nel cuore ed il sorriso sulle labbra, scrivendo e-mail del tipo “Non preoccupatevi, va tutto bene. Io sto bene ed e’ tutto come al solito: non preoccupatevi per me.”

come disse un amico libanese una volta: “alcune persone sono nate per resistere”.


allora pubblico solamente una mail appena ricevuta da Roberta, un’amica italiana (alcuni suoi scritti li trovate qui), contenente “notizie e aggiornamenti alla rinfusa” (testuali parole):

"Gaza:
- sempre bloccati i rifornimenti (medicinali compresi, dal giugno 2007sono morte 255 persone perche` le autorita` israeliane non fanno entrare i farmaci o non fanno uscire i malati).
http://www.gcmhp.net/.
- La settimana scorsa gli israeliani hanno assassinato altre 5 persone.
- Il fine sett scorso e` attraccata la nave con aiuti umanitari per bloccare l`assedio, personalita` internazionali a bordo (tra cui amira hass, intervista di Haniyeh pubblicata su Haaretz).
- Fuochi d`artificio
Cisgiordania in generale niente di nuovo:
- soliti arresti (24 solo nel fine settimana), qualche morto, soldi internaz in arrivo
Da Ramallah notizie un po` piu` allegre: e` iniziato il festival del cinema delle donne, domani inizia quello internaz del cinema... finalmente e` uscito Ein Shams.., a fine mese in programma festa per raccolta fondi contro chiusura del manifesto.
Gerusalemme sempre al centro della notizia:
- Costruzione del nuovo museo della tolleranza sopra l`antico cimitero musulmano sul monte degli ulivi! Israeliani 10+ anche questo giro
- Nuove espulsioni a Gerusalemme est, tra cui la famiglia dei vecchietti AlKurd espulsi dalla loro casa due gg fa dall`esercito alle 6 di mattina. Il piano e` di costruire 250 unita` abitative per i poveri israeliani ebrei che a ovest non hanno piu` spazio
- Ieri l`esercito ha chiuso anche il teatro nazionale palestinese di gerusalemme est perche` stava organizzando un festival sovversivo.. festival di arte popolare!
- Oggi elezioni per il sindaco di Gerusalemme, della Gerusalemme capitale di israele, boicottate dai palestinesi residenti in citta`.. Scacco matto!
Indiscrezioni: tra i candidati a sindaco c`e` pure un russo, sospetto trafficante d`armi...”




e poi vi consiglio di visitare questo sito internet, in cui ci sono foto realizzate dai ragazzi nati e cresciuti nel campo di Balata, vicino Nablus.
spero di conoscerli presto questi ragazzi.


perche’ credo che ci sara’ un giorno, non troppo lontano, in cui R. potra’ finalmente usare la sua “chiave del ritorno” e tornare a vivere nella casa dei suoi nonni circondata dagli ulivi, M. potra’ finalmente viaggiare liberamente senza essere fermata negli aeroporti americani come “sospetta terrorista”, A. potra’ finalmente avere un passaporto vero e non vedersi rifiutare il visto per l’Egitto sei volte di fila e noi potremo dire che, si’, ci sono persone nate per resistere. Ed alla fine vincono.



فلسطين حرة



Sunday, November 9, 2008

Figlio di papà


Eh, è dura la vita dei celebuspawn, i figli delle celebrities! Mi immagino i poveri gemellini Brangelina, o la dolce Suri Cruise, o i Beckham boys… sempre sotto i riflettori, dover reggere il paragone con dei genitori così famosi, imparare prima la parola "paparazzo" che la parola "mamma"… certo, è dura!

Ma ancora più dura dev'essere per i pargoli di una celebrità "sui generis" come
OBL (se qualcuno indovina da dove ho preso l'acronimo gli dedico un post sull'argomento che preferisce… anche la fisica quantistica), come dimostra la storia del "piccolo" Omar, 27 anni ed una rischiesta d'asilo politico rifiutata.


È di mercoledì la notizia che
Omar Bin Laden ha chiesto asilo politico in Spagna, dopo che gli era stato rifiutato il permesso di vivere in Gran Bretagna con sua moglie inglese (qui una foto dei piccioncini...).
Ma aspettate perchè i risvolti della vicenda sono abbastanza interessanti, anzi, non saprei se definirli comici o grotteschi… che personaggio questo Bin Laden junior!

Omar, che si professa pacifista, ha chiesto asilo politico immediatamente dopo il suo arrivo all'aeroporto di Madrid con un volo dal Cairo, dove risiede.
Le autorità britanniche avevano rifiutato la sua richiesta di un visto da residente ad aprile, quando aveva spiegato di voler stabilirsi in Inghilterra con la sua nuova moglie inglese, Zaina Alsabah Bin Laden, 52 anni, il cui nome prima del matrimonio era Jane Felix-Browne (e già mi puzza la cosa).
L'ambasciata britannica al Cairo in una nota ha detto di aver basato la propria decisione sul timore che la sua presenza nel Paese possa causare "una considerevole preoccupazione a livello pubblico".


Omar è il quarto degli 11 figli nati dal matrimonio del padre con la prima moglie (Osama Bin Laden in totale è padre di 19 figli): in un'intervista trasmessa dalla CNN (qui) a gennaio, Omar aveva esortato il padre a rinunciare alla violenza con parole pregne di significato (le riporto in inglese come da articolo di Khaleej Times perché meritano): "I try and say to my father: 'Try to find another way to help or find your goal. This bomb, this weapons [sic], it's not good to use it for anybody."
Inoltre ha dichiarato di non aver più parlato con suo padre dal 2000, quando ha lasciato un campo di addestramento di Al Qaeda in Afghanistan con "la benedizione di Osama" (ah beh, e allora stiam tranquilli…) e di non sapere dove si trovi il leader di Al Qaeda (te lo dico io Omar: in una villetta in riva al Lago di Ginevra a godersi la plastica facciale e i soldi derivanti dagli affari con la famiglia Bush).

Oltretutto 'sto genio ha chiesto asilo proprio ai due Paesi europei che hanno sofferto dei più gravi attacchi terroristici dopo l'11 settembre 2001 rivendicati da organizzazioni facenti parte della galassia di Al Qaeda… priceless!

Secondo le leggi spagnole, il Ministro dell'Interno, Alfredo Perez Rubalcaba, ha 72 ore per prendere una decisione ed il richiedente ha diritto di appellarsi. Per il momento, mentre la sua pratica sarà vagliata dal Ministero dell'Interno, Omar Bin Laden rimarrà all'aeroporto.


Bene, le 72 ore sono scadute e devo assolutamente sapere se Omar ha ricevuto asilo o no. Ormai questa vicenda mi sta appassionando… go Omar go!




foto: vid' Omar quant'è bello... (talis pater...)



Update: oggi leggo che anche la Spagna ha rifiutato la sua richiesta di asilo… acc'! Chissà se ora ci riproverà con l'Italia...

Ma secondo voi su Facebook esiste una pagina per diventare fan di Omar? Beh, se non c'è a questo punto la creo io!



Finalmente un buon partito! (per me...)


Eeeeeh, qua tutti a parlar di Obama, Obama, il giovane Obama, il primo presidente nero degli Stati Uniti… E al re più giovane del mondo non ci pensa nessuno?

Beh, io ci penso, visto che sono in età da matrimonio e preferirei un giovane di belle speranze ad uno sugar-daddy rattuso…
Ed allora… ho trovato la mia preda!


Sul cucuzzolo dell'Himalaya, nel corso di un antica cerimonia, giovedì un giovane e bel principe è stato incoronato a capo della più giovane democrazia del mondo, vestendo la Corona del Corvo Imperiale del Bhutan.
Beh, lo dice anche il Khaleej Times: "Con la sua incoronazione formale di giovedì, il ventottenne Jigme Khesar Namgyel Wangchuck (qui il link in inglese, più aggiornato) , laureato ad Oxford, diventa il più giovane monarca regnante del mondo e forse uno degli scapoli più ambiti d'Asia."

Tutto questo fa parte di un cauto e calibrato processo di modernizzazione condotto dal padre del nuovo re, il 52enne Jigme Singye Wangchuck, che ha abdicato due anni fa dopo aver costretto i suoi sudditi adoranti ad abbracciare la democrazia. Dopo un'attesa di due anni per trovare una data astrologicamente di buon auspicio, il Quarto Re ha posato la corona sulla testa di suo figlio, terminando formalmente il suo regno durato 34 anni.
Nonostante, in seguito alle prime elezioni del Paese tenutesi lo scorso marzo, il nuovo re non governerà come ha fatto suo padre, egli sarà comunque un importante simbolo di unità nazionale e stabilità, come ha detto il Primo Ministro Jigmi Thinley in un'intervista alla Reuters: "Anche se in termini di governo adesso siamo una democrazia, nessuna persona eletta godrà mai del tipo di rispetto, fiducia e riverenza di cui gode il nostro re."

Il Quarto Re era stato anche l'artefice della filosofia nazionale del Bhutan, della felicità nazionale, l'idea che anche il benessere spirituale e mentale sono importanti, che la prosperità materiale non dovrebbe nuocere all'ambiente o alla cultura.
Può essere difficile per il giovane re confrontarsi con una figura paterna così importante, ma, secondo il regista, giornalista e direttore di Centennial Radio Dorji Wangchuck, il nuovo re ha già fatto un buon passo in avanti sforzandosi di raggiungere ed indentificarsi con la nuova generazione di giovani bhutanesi. Tutto questo ha già fatto guadagnare all'ex-"Principe Azzurro", come era stato soprannominato durante una visita in Thailandia, la nomea di "Re del Popolo".

Con l'abuso di droga, la disoccupazione ed il crimine tutti in aumento nel piccolo paradiso himalayano, e l'emergere di una nuova generazione "ribelle", la modernizzazione del Bhutan non sembra essere tutta rose e fiori.
Come dice Wangchuck: "I giovani, per sperare in un futuro migliore, si sentono un po' più rinvigoriti da un monarca giovane."

In conclusione: urge un viaggio a Thimpu! ;-)

p.s.: per chi non avesse mai sentito parlare del Bhutan (lo so, vi sto sottovalutando ;-P …), invece di correre ad aprire Wikipedia, andatevi a scaricare i film The Cup (it.: La Coppa) e Travelers and Magicians (sorry, non so se sia uscito in italiano) di Khyentse Norbu.

Saturday, November 8, 2008

Yes, we are different!


ci stiamo abituando a tutto in italia. ci stiamo abituando alle porcate di questo governo in materia di giustizia, istruzione, sanita', lavoro, immigrazione, ambiente, informazione... ci stiamo abituando ad un modo di pensare che non ha mai fatto parte della nostra cultura, ma che, a causa di vent'anni di martellanti messaggi mediatici, e' ormai entrato in tutte le case degli italiani. ci stiamo abituando a dichiarazioni che hanno del grottesco e del paradossale. ci stiamo abituando alla logica del "forte coi deboli, debole coi forti". ci stiamo abituando al razzismo.

l'ultima uscita di berlusconi sull'abbronzatura di obama e' stata solo l'ennesima cazzata uscita dalla bocca del nostro (sic) presidente del consiglio, ma ha avuto il merito di far scoppiare un caso a livello internazionale.
non che il fatto che venga insultato obama sia piu' grave del fatto che venga insultato un "negro" qualsiasi, ma almeno stavolta la cazzata e' stata di dimensioni cosi' enormi che ne hanno parlato tutti.
non avrei mai pensato di doverlo fare un giorno, ma stamattina ho inviato una mail al sito internat di obama, non perche' il fatto che sia stato insultato mi faccia star talmente male da non dormirci la notte, ma semplicemente per prendere le distanze (una volta di piu') da questo governo di ignoranti razzisti che io non ho votato. per dire al presidente statunitense (come se gliene fregasse qualcosa) che non tutti gli italiani si rispecchiano nelle parole e nella politica di quel buffone che ci ritroviamo a palazzo chigi.


a questo proposito, vi segnalo l'iniziativa, partorita da Il Russo e Silvano, contro il clima di razzismo generalizzato ed impunito che si sta diffondendo in italia e per dire al mondo






Siamo milioni di italiani e siamo invisibili.
Siamo milioni e non siamo volgari.
Siamo milioni e non siamo razzisti.
Siamo milioni e non abbiamo dimenticato la nostra storia.
Siamo milioni e non abbiamo dimenticato di essere di essere un popolo di emigranti.
Siamo milioni e non abbiamo dimenticato che eravamo dalla parte sbagliata nella seconda guerra mondiale.
Siamo milioni e siamo onesti e civili.
Siamo milioni e NON CI riconosciamo nelle parole del signor Berlusconi.
IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NON PARLA PER NOI - SI' NOI SIAMO DIFFERENTI



There are millions of us Italians and we are invisible.
There are millions of us and we are not vulgar.
There are millions of us and we are not racists.
There are millions of us and we have not forgotten our history.
There are millions of us and we have not forgotten that we are a people of emigrants.
There are millions of us and we have not forgotten that we were on the wrong side in the Second World War.
There are millions of us and we are honest and civil.
There are millions of us Italians who DO NOT recognize ourselves in Mr. Berlusconi's statements.
THE PRIME MINISTER DOES NOT SPEAK FOR US – YES, WE ARE DIFFERENT



Elezioni in vista in Ghana


Nome Ufficiale: Republic of Ghana
Capitale: Accra
Superficie: 238.540 km²
Popolazione (2007): 22,5 milioni (fonte: World Bank)
Popolazione urbana (2006): 47,8% (fonte: Africa Economic Outlook 2007)
Tasso d'analfabetismo (2007): 42,1% (fonte: Africa Economic Outlook 2007)
Lingua: inglese (ufficiale), gha, akan, dagaare, twi, gonja, ewe, dagbani, dangme, fante, kasem, nzema, gurma, grusi, hausa…
Religione: Islamismo, Animismo, Cristianesimo
Gruppi etnici: Akan, Dagomba, Ewe, Ashanti, Akwapim, Krobo, Guan, Gurma, Gurunsi, Mande-Busanga, Fulani, Hausa…
PIL (2007): 14,9 miliardi USD (fonte: World Bank e IMF)
Indipendente dal Regno Unito dal 6 marzo 1957
Capo di Stato: John Kofi Agyekum Kufuor (in carica dalle elezioni del dicembre 2000)
Wikipedia Link:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ghana

Dove eravate il 3 febbraio 2008? Io me lo ricordo benissimo: ero al Ninar Café di Abu Dhabi con uno dei rappresentanti con cui lavoriamo, F., un ragazzo siriano molto simpatico, Sales Executive di una tipografia con cui abbiamo avuto una fruttuosa collaborazione per un annetto.
Davanti ad una bella tazza di the verde al gelsomino, F. cercava di spiegarmi che da parecchio tempo voleva dirmi di provare ad andare oltre l'amicizia perché sentiva che ero "la ragazza giusta" e che… beh, ecco… insomma era "in love with me". Tutto questo mentre io cercavo di guardare in TV la finale della African Cup of Nations, il Campionato Africano di Calcio (tipo i nostri Europei, insomma, solo che si svolgono ogni due anni), che quest'anno si è tenuto in Ghana, la patria delle Black Stars (vincitori di 4 Coppe d'Africa): Egitto-Camerun. E non vi dico che urlo ho mollato quando l'Egitto ha segnato, vincendo così il secondo Campionato Africano consecutivo (eh sì, avevo visto anche la finale del 2006, vinta ai rigori contro il Senegal). E non vi dico neanche quanto fosse incazzato F. quando gli ho spiegato che stavo con un ragazzo egiziano (in realtà mentivo, perchè erano già un paio di mesi che la storia era finita in un tripudio di grida, litigi e parolacce): "Ho sempre odiato gli egiziani, ma ora li odio ancora di più" mi ha detto con un'espressione sprezzante.
Giuro che all'epoca m'era dispiaciuto per F., un bravo ragazzo, così come mi era dispiaciuto per il Ghana che non era arrivato in finale, un Paese che prende il calcio molto seriamente, almeno quanto la politica.
Ed infatti, in questo periodo di euforia per le elezioni americane, quanti sanno quali altre elezioni si tengono nel mondo in questa fine di 2008? Diverse, tra cui le elezioni ghanesi che si terranno il 7 dicembre per eleggere un nuovo presidente ed un nuovo parlamento.
Il Ghana presenta un innegabile dinamismo economico ed una stabilità politica invidiata da numerosi Paesi della regione, un bilancio che il presidente John Kufuor non mancherà di evocare alla fine dell'anno, quando lascerà la sua carica al termine del suo secondo ed ultimo mandato. Dalla sua elezione nel 2000, il successore di Jerry John Rawlings ha progressivamente liberalizzato i settori strategici della vecchia Costa d'Oro, attirando in questo modo investimenti stranieri e riuscendo a mantenere un livello di crescita sostenuto – una media annuale del 6% dal 2004 – nonostante l'instabilità climatica e la crisi attraversata dal Volta River Authority, l'impresa statale incaricata di produrre e fornire l'elettricità.
Inoltre, nel corso dell'anno passato, una serie di buone notizie ha alimentato il morale del Paese, prima fra tutte la scoperta, nel giugno 2007, di un giacimento di petrolio al largo della costa occidentale ghanese di una capacità pari, secondo la britannica Tullow Oil, a 400 milioni di barili (due mesi più tardi, la stessa compagnia ha scoperto un altro giacimento tra il porto di Takoradi e la frontiera ivoriana, portando così la capacità delle riserve provate a 1,2 miliardi di barili). In attesa dello sfruttamento di questi giacimenti, il settore minerario, ed in particolare quello aurifero, che vede il Paese al secondo posto nel continente per produzione dopo l'Africa del Sud, continua a sostenere la bilancia commerciale. Un'altra notizia che fa prevedere un futuro economico più roseo per il Paese è il boom del settore del cacao, che nel 2007, con 700.000 tonnellate, si è attestato al secondo posto mondiale dopo la Costa d'Avorio.
Nonostante le buone prestazioni economiche e nonostante il Ghana sia al di sopra della media africana in termini di reti stradali ed elettriche, rimane molto indietro per quanto riguarda l'accesso all'acqua potabile, gli impianti igienici e la connessione internet e la Banca Mondiale ammette che il Ghana necessita di spendere in infrastrutture circa il 12% in più all'anno per la prossima decade. Sicuramente qualcosa con cui il nuovo Presidente della Repubblica dovrà confrontarsi.
Nonostante 9 partiti si siano registrati per partecipare alle elezioni, pare che gli unici contendenti con buone probabilità di vittoria siano il National Patriotic Party (NPP) al potere ed il National Democratic Party (NDC) fondato dall'ex-presidente Jerry John Rawlings, una figura populista ancora difficile da ignorare.
Il NPP mette in campo Nana Addo Dankwa Akufo-Addo, luminare in campo giuridico e finanziariamente ben dotato, figlio del secondo Presidente del Ghana William Akufo-Addo. Con un gran numero di importanti finanziatori dalla sua parte, il NPP sta facendo la miglior campagna possibile ed i suoi PR si stanno ancora una volta dimostrando tra i migliori del Paese, ma, nonostante la minore disponibilità economica, il NDC non è assolutamente tagliato fuori dalla corsa.
Fino a qualche anno fa, il NDC era il partito più brillante del Ghana. Sia detto a suo credito, Rawlings lasciò il Paese nel 2000 in uno stato molto migliore di come l'aveva trovato quand'era salito al potere con il colpo di Stato del 1981: ha lasciato al Ghana le forze armate più disciplinate dell'Africa Occidentale, istituzioni che funzionano bene come l'Electoral Commission e la Commission for Human Rights and Administrative Justice (CHIRAJ) e, last but not least, ha passato il potere all'opposizione in modo pacifico in seguito alle elezioni libere e democratiche del 2000, in cui non aveva potuto presentarsi perché la Costituzione proibisce un terzo mandato presidenziale ed in cui il suo delfino Mills correva contro John Kufuor, risultato vincitore. Un'altra eredità lasciata da Rawlings è la pletora di media di cui il Ghana gode attualmente. Insomma, Rawlings rimane uno dei pochi ex-presidenti golpisti dell'Africa che può girare liberamente per la strada senza il rischio di venire linciato dalla popolazione.
Ironicamente, la popolarità di Rawlings è una sorta di spada di Damocle che pende sulla testa del suo partito. Il candidato presidenziale del NDC, il Prof. John Atta Mills, era un eminente professore di legge e capo dell'Internal Revenue Service prima che Rawlings lo nominasse suo vice. Questo è il terzo tentativo di Mills alla presidenza, dopo aver perso due volte contro Kufuor nel 2000 e nel 2004. Diversamente dal suo accattivante e loquace ex-capo, Mills è un uomo di buone maniere che parla placidamente, esattamente come il professore che è, e proprio per questo i suoi oppositori lo chiamano "il cagnolino di Rawlings", dicendo che un voto per lui non sarebbe altro che un voto per l'ex-presidente.
Non sono pochi a non digerire le ingerenze dell’ex-presidente: qualche anno fa, alcuni giovani dirigenti del NDC che non potevano più reggere il carattere prepotente di Rawlings provocarono una scissione all'interno del partito, abbandonandolo e formando il loro nuovo partito, il Democratic Freedom Party (DFP).
Neanche il NPP sembra privo di contraddizioni interne: dopo il rischio di uno spaccamento del partito durante l'ultimo congresso e dopo mesi di speculazioni, pressioni e pettegolezzi, il 15 agosto Nana Akufo-Addo ha scelto il Dott. Mahamudu Bawumiah, vice-governatore della Bank of Ghana, come vice. Prima dell'annuncio, diversi nomi erano stati fatti come possibili candidati: Hajia Alima Mahama, Ministro degli Affari delle Donne e dei Bambini, Boniface Abubakar Saddique, Ministro delle Risorse Acquatiche, del Lavoro e degli Alloggi, e Alhaji Mohammed Nurudeen Dauda Jawula, ex-Direttore Generale del Ministero della Sanità. Nonostante il Dott. Bawumiah, 44 anni, sia virtualmente sconosciuto all'interno dei circuiti politici, la sua selezione sembra servire a prevenire una frattura all'interno del partito: egli è infatti considerato un candidato di compromesso che può radunare sostegno per il partito nella parte settentrionale del Paese. Inoltre, per i commentatori politici, la scelta del Dott. Bawumiah dovrebbe contenere l'impatto del suo oppositore del NDC, John Dramani Mahama, che continua ad attrarre molti elettori. Al NPP, comunque, sono convinti che le buone prestazioni del Dott. Bawumiah alla Bank of Ghana siano una carta a favore suo e del partito.
Una tendenza preoccupante della campagna in corso è l'introduzione di etnicismo e violenza. Negli anni passati, i periodi elettorali erano occasioni gioiose in Ghana, ma la campagna di quest'anno ha assistito diversi scontri ed il linguaggio politico è spesso stato incivile.
Le violenze sono avvenute soprattutto tra sostenitori del NPP e del NDC, con il NDC che sostiene che la polizia è in combutta con il partito di governo. Molti ghanesi sono talmente preoccupati da aver iniziato ad organizzare preghiere collettive pubbliche per chiedere a Dio che le elezioni siano pacifiche ed una radio di Accra ha anche trasmesso programmi per sensibilizzare i ghanesi sulla necessità di un'elezione pacifica.
Varie strategie sono state impiegate dai partiti per attirare i votanti, ma quella che sembra aver avuto maggiore successo è quella delle 4 squadre adottata dal NPP, capeggiate rispettivamente dal presidente Kufuor, dal vice-presidente Aliu Mahama, da Nana Akufo-Addo e dal Dott. Bawumiah, prevede che esse girino parti diverse del Paese allo stesso tempo in ciò che la leadership descrive come "l'approccio multi-sistema per mantenere il potere", mentre il team di tre uomini del NDC del Prof. Mills, l'ex-presidente Jerry John Rawlings e John Mahama ha una missione simile. Queste elaborate strategie elettorali hanno ricevuto uno stimolo supplementare quando anche le mogli dei candidate presidenziali si sono imbarcate in campagne separate per sollecitare sostegno e voti per i loro mariti. L'unica che non si è gettata nella mischia è l'ex-first lady Nana Konadu Agyemang Rawlings, che, secondo alcuni analisti ghanesi, starebbe protestando contro la scelta del Prof. Mills di John Mahama come vice invece della preferita della signora Rawlings, Betty Mould Iddrisu.
Insomma, chi vincerà? Nonostante ci siano 9 partiti coinvolti, le elezioni sembrano una corsa a due tra Nana Akufo-Addo del NPP ed il Prof. John Atta Mills del NDC. Il terzo incomodo è il candidato del Convention People's Party (CPP, il partito del primo Presidente del Ghana, Kwame Nkrumah, che governò il Paese dal 1957 al 1966), il Dott. Papa Kwesi Nduom, che è stato ministro nel governo di Kufuor in entrambe le legislature. Eppure sembra comunque destinato ad arrivare terzo.
Akufo-Addo è oltremodo sicuro della sua vittoria e la sua sicurezza è stata rinforzata negli ultimi mesi delle grandi folle presenti ai raduni del partito. Ma gli osservatori indipendenti dicono che sarà un testa a testa, che il NDC non è una forza esaurita e che il Prof. Atta Mills potrebbe essere "third-time lucky": di certo, trattandosi della terza volta in cui guida il partito alle presidenziali, l'affabile Atta Mills deve vincere oppure scordarsi di condurre di nuovo il NDC in battaglia.
La posta in gioco è alta, ma i giochi sono ancora aperti.
Fate il vostro gioco allora.*

Per la Mente (Libri):
The Beautiful Ones are not yet born (Avi Kwei Armah);
Two Thousand Seasons (Avi Kwei Armah – un'epica sulla storia dell'Africa e sulla tratta degli schiavi: da molti critici definito banale e verboso, apprezzato dal Premio Nobel Wole Soninka. A chi crediamo?);
The Healers (Avi Kwei Armah);
Why are we so Blest? (Avi Kwei Armah);
Fragments (Avi Kwei Armah);
Anowa (Ama Ata Aidoo);
An Angry Letter in January (Ama Ata Aidoo – poesie);
In My Father's House (Kwame Anthony Appiah);
Cutting the Rose (Efua Doorkenoo – libro sul tema delle mutilazioni genitali femminili. La Doorkenoo è una delle fondatrici dell'associazione FORWARD – Foundation for Women's Health, Research and Development);
Ghana: The Authobiography of Kwame Nkrumah (Kwame Nkrumah);
Sosu's Call (Meshack Asare – per bambini);
Faceless (Amma Darko);
Beyond the Horizon (Amma Darko)

Per le Orecchie (Musica):
Selasee
George Darko
Reggie Rockstone
Obrafour
Daniel Amponsah
Akyeame
Okukuseku
Ashanti Brothers
Hi-Life International

Per gli Occhi (Cinema):
Heritage Africa (Kwa Ansah)

Per il Cuore (Arte):
Momodou Ceesay

Per la Bocca (Cibo):
Jollof Rice (riso servito con pollo e salsa al pomodoro);
Fufu (una specie di polenta fatta con cassava e platano e servita con una zuppa);
Kenkey (impasto di farina di granturco fermentata avvolto in foglie di banana e cotto al vapore);
Akara (fritti di fagioli);
Kontomire (foglie di cocoyam ridotte in purea, spesso servite con un po' di tonno e semi di zucca e condite con olio di palma);
Kelewele (platano fritto speziato);
Gari Biscuits (biscotti alla cassava)



* ho visto le foto dei candidati: così, a pelle, preferisco Mills. Però scommetto che vince Akufo-Addo.

Wednesday, November 5, 2008

Sunday, October 26, 2008

Eritrea da prima pagina


Nome Ufficiale: ሃገረ ኤርትራ - دولة إرتريا (Stato dell'Eritrea) - e pensare che m'ero pure sbattuta a scaricare l'alfabeto ge'ez... ecco il risultato!
Capitale: Asmara
Superficie: 117.600 km²
Popolazione (2007): 4,5 milioni (fonte: World Bank)
Popolazione urbana (2006): 19,4% (fonte: Africa Economic Outlook 2007)
Tasso d'analfabetismo (2007): 43% (fonte: Africa Economic Outlook 2007)
Lingua: tigrino, arabo (ufficiali), tigré, dahlik, afar, beja, blin, saho, kunama, nara… inglese ed italiano sono molto diffusi.
Religione: Islam, Cristianesimo (Copti), Animismo
Gruppi etnici: Tigrini, Tigré, Saho, Afar, Hedareb, Bilen, Kunama, Nara, Arabi Rashaida
PIL (2007): 1.425 milioni USD (fonte: World Bank e IMF)
Indipendente dall'Italia dal novembre 1941; fu annessa all'Etiopia nel 1962 e le fu riconosciuta totale indipendenza solo il 24 maggio 1993
Capo di Stato: Isaias Afewerki (in carica dall'indipendenza, ottenuta il 24 maggio 1993)
Wikipedia Link:
http://it.wikipedia.org/wiki/Eritrea

È vero che in un Paese come l'Eritrea, al 157° posto su 177 Paesi nella classifica UNDP sull'indice di sviluppo umano, un Paese con un debito estero pari al 69% del PIL, in cui il reddito medio per abitante è pari a circa 200 USD all'anno ed il consumo elettrico a 56 KWh per abitante, dove l'aspettativa di vita arriva a malapena a 55 anni, un Paese circondato da vicini "ingombranti" e non ancora del tutto pacificato… ecco, dicevo, è vero che in un Paese come l'Eritrea ci sarebbero questioni più serie a cui pensare, ma volevo condividere un articolo che avevo letto un po' di tempo fa su Jeune Afrique e che mi aveva lasciata un po' perplessa.
Ci sarebbero tante riflessioni da fare, ma intanto lo trascrivo:

Media – L'Eritrea, peggio della Corea del Nord!
di Jean-Dominique Geslin - Jeune Afrique

86 giornalisti uccisi, 887 interrogati, 67 rapiti, 1511 aggrediti o minacciati… Pubblicato il 13 febbraio, il Rapporto Annuale di Reporters sans Frontières (RSF) è, ancora una volta, più che preoccupante. Il caso più grave, tanto in Africa quanto su scala planetaria, è indiscutibilmente quello dell'Eritrea. Questa piccolo repubblica indipendente dal 1993 figura all'ultima posizione del palmares di RSF sulla libertà di stampa nel mondo, soppiantando per la prima volta la Corea del Nord ed il Turkmenistan.
"Ogni critica al regime di Issayas Afewerki è ormai tacciata di attentato alla sicurezza nazionale.", spiega la ONG, che rivela che tre giornalisti arrestati nel 2001 sono morti nel corso della detenzione negli ultimi anni. L'11 gennaio 2007, per esempio, il drammaturgo Fessehaye Yohannes, detto "Joshua", una delle grandi figure intellettuali del Paese, non ha resistito a delle condizioni d'incarcerazione estremamente rigorose.
Dopo aver qualificato i prigionieri politici di criminali comuni, poi di spie, il governo eritreo è arrivato semplicemente a negare la loro esistenza. È uno scandalo, certo, ma, per RSF, il silenzio della comunità internazionale è quasi altrettanto condannabile. Questo Paese diretto col pugno di ferro da un piccolo clan ultranazionalista continua in effetti a beneficiare dei sussidi dell'Unione Europea, a titolo di aiuti allo sviluppo…
"La codardia di alcuni Stati occidentali e delle grandi istituzioni internazionali nuoce alla libertà d'espressione, stima Robert Ménard, (ex) segretario generale di RSF, nella prefazione al rapporto 2008. La mancanza di determinazione delle democrazie nel difendere i valori che dovrebbero incarnare è inquietante." È il minimo che si possa dire.


Allora, innanzitutto quando nell'articolo si legge "diretto col pugno di ferro da un piccolo clan ultranazionalista" mi viene un dubbio… ma il People's Front for Liberation and Justice al potere in Eritrea non è una costola diretta dell'Eritrean People's Liberation Front d'ispirazione marxista? Ok, sorvoliamo su questo particolare, che poi per la comunità internazionale è quello più importante, però ci sono una serie di questioni che mi sono posta leggendo l'articolo.

Che cosa si può definire esattamente "ingerenza straniera" in un Paese? Ovvero: le parole di Geslin quando scrive "Questo Paese […] continua in effetti a beneficiare dei sussidi dell'Unione Europea, a titolo di aiuti allo sviluppo…" o di Ménard quando parla di "mancanza di determinazione delle democrazie nel difendere i valori che dovrebbero incarnare" significano che in effetti è giusto tagliare gli aiuti allo sviluppo ad uno dei Paesi più poveri del mondo in nome della difesa della libertà di stampa?
Non si tratterebbe di nuovo di un'imposizione di tipo colonialista? Della serie: noi siamo la civiltà, dovete seguire i nostri valori altrimenti ve lo scordate che vi aiutiamo a far progredire il Paese.

E fino a che punto le "democrazie occidentali" possono osare chiedere a Paesi che hanno prima invaso (assoggettando ed uccidendo le popolazioni indigene e distruggendo le forme di civiltà e di Stato -inteso in senso lato- già presenti sul territorio) e a cui hanno poi "concesso" l'indipendenza senza però sostenere alcun processo di democratizzazione o nation-building, ma lasciandoli semplicemente allo sbaraglio dopo aver cancellato le loro consuetudini millenarie per rimpiazzarle con altre che non hanno avuto tempo di essere recepite, di adottare tout court pratiche ed ideali -la libertà di stampa era solo un pretesto, in realtà il discorso è ben più ampio- che ancora non appartengono ad alcune zone del mondo, non per difetto loro, ma a causa nostra che abbiamo destabilizzato completamente il loro equilibrio socio-politico-culturale distruggendo tutti i loro valori di riferimento? (Rileggetela due volte ché è molto confusa…)

Personalmente credo che ogni popolo debba avere la possibilità di fare il proprio percorso di crescita e maturazione senza interferenze esterne da parte di nessuno (eccetto in condizioni di palese illegalità, ma qui ci sarebbero da fare diversi distinguo), per riuscire a completare un percorso democratico "personalizzato". Abbiamo ostacolato il loro percorso storico già (più di) una volta: forse ora è il caso di smetterla di spingere per riforme imposte dall'esterno ed invece ripensare i nostri di valori e la nostra di civiltà. In fondo, chi ha detto che la democrazia "all'americana" o "alla francese" sia migliore di quella, chessò, "alla senegalese" o "alla tanzanese"?
Non so, oggi vi lascio con delle domande…

Per la Mente (Libri):
The Five Dimensions of the Eritrean Conflict 1941 – 2004: Deciphering the Geo-Political Puzzle (Daniel Kendie);
Against All Odds: A Chronicle of the Eritrean Revolution With a New Afterword on the Postwar Transition (Dan Connell);
Conversations with Eritrean Political Prisoners (Dan Connell);
A Story of a Conscript (Ghebreyesus Hailu);
Dawn of Freedom (Teklai Zeweldi)
Entrambi i romanzi sono moooooolto vecchi e raccontano di uomini che si oppongono alla dominazione italiana… quindi ci riguardano da vicino.

Per le Orecchie (Musica):
Abraham Afewerki
Dehab Faytinga
Yemane Baria

Per la Bocca (Cibo): Berberé (un misto di spezie piccantissime. Sono sicura che, chi di voi l'ha assaggiato ed è sopravvissuto/a, ce l'ha ben presente! E dire che io mangio piuttosto piccante, ma quando l'ho assaggiata alla Festa dei Popoli di Giavera -dove mi avevano detto che era "light" per venire incontro ai gusti italiani- le mie papille gustative avevano quasi raggiunto il limite massimo di sopportazione…);
Injera (una specie di crèpe fatta con grano, sorgo o con un cereale chiamato tiff. Gli eritrei ed etiopi la usano anche come "piatto da portata");
Zighinì (una specie di spezzatino di manzo –piccante, c'è bisogno di dirlo?)
Cucina eritrea ed etiope hanno in commune la maggior parte dei piatti, quindi aspettatevi di ritrovarvi la stessa lista nel post di domani sull'Etiopia.
Purtroppo, nonostante l'altissimo numero di eritrei ed etiopi che abitano qui, ad Abu Dhabi non c'è alcun ristorante di questo tipo: avevo letto su Time Out che c'è un ristorante etiope a Dubai, ma sugli ultimi numeri era scomparso… mmmhhh eppure ci vorrei andare. Vabbé, sono masochista!

Saturday, October 18, 2008

Silenzio, mutiliamo delle bambine.

A N'Djamena come nel resto del Paese, molti genitori fanno escidere le loro giovani figlie prima che una legge che reprime questa pratica consuetudinaria entri in vigore.

N'Djamena Bihebdo (Syfia) – N'Djamena
Mamadou Bineta


"Quartiere Am-riguebé, a N'Djamena, la capitale del Ciad. Questa mattina, Zenab, 9 anni, e sua sorella Bébé, 7 anni, non andranno a scuola. Così ha deciso Khadidja, la loro madre. Poco prima delle 7, Mariam, borsa a tracolla, arriva e si dirige verso una stanza le cui aperture sono state nascoste con delle tende bianche. Mariam è una delle numerose exciseuses clandestine che ancora esercitano in questo Paese. Durante l'intervento, nuda, seduta su un tappeto di fronte all'exciseuse, Bébé chiude gli occhi e stringe i denti per contenere il dolore. All'entrata, delle donne intonano una canzone e snocciolano una lista di regali che riceverà se non piange. Arriva il turno di Zenab. Come sua sorella minore, riesce a soffocare il suo pianto. Ogni mese, Mariam mutila una decina di bambine.
Molti genitori che, come Khadidja, difendono le mutilazioni genitali femminili (MGF) in nome della tradizione si affrettano a far escidere le loro figlie prima che la giustizia ciadiana cominci a perseguire autori e complici di questa pratica. Una legge adottata nel 2002 proibisce in effetti la tortura ed i trattamenti crudeli, inumani o degradanti sul corpo umano in generale e sugli organi di riproduzione in particolare. Sono così colpite "tutte le forme di violenza come le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni precoci, le violenze domestiche e le violenze sessuali". Il decreto d'applicazione di questa legge, ancora non promulgata, dovrebbe precisare le sanzioni in cui incorrono i contravvenenti. Una disposizione del preambolo della Costituzione Ciadiana del 1996, rivista nel 2005, stipula che la persona umana è sacra e che ogni persona ha il diritto di godere della propria integrità fisica e morale.
Dal 2002, il Comitato Nazionale di Lotta contro le Pratiche Tradizionali Dannose per la Salute della Donna e dei Bambini ha formato numerosi giovani (ragazzi e ragazze) come educatori. Nelle regioni in cui l'escissione è molto diffusa, essi spiegano agli altri adolescenti le conseguenze nefaste delle MGF e la legge che le vieta. Il Comitato in questo modo organizza degli "scambi franchi tra escisse e non escisse". "Dato che sono sensibilizzate contro l'escissione, le ragazze di più di 10 anni rifiutano di sottomersi [a questa pratica – nt]", sostiene la Dott.ssa Mariam Alladoumgué Djimounta, presidente del Comitato. I genitori favorevoli all'escissione, che avevano preso l'abitudine di intervenire all'inizio della pubertà (12-14 anni), con il pretesto di "preparare la figlia al matrimonio", si voltano su quelle di meno di 10 anni: esse costituiscono dei bersagli più facili.
"Sono stata escissa e sono madre di 12 figli senza aver avuto il minimo problema", dichiara Mariam, l'exciseuse, per la quale "gli Occidentali gridano contro questa pratica semplicemente perché essa non fa parte della loro cultura." Zara, 22 anni, non è assolutamente dello stesso avviso. La sua escissione è andata molto male. Stava per morirne. Se ne ricorda con emozione. "Ho perduto molto sangue quell giorno. Mia zia si è preoccupata, ma non poteva portarmi all'ospedale per paura che le creassero dei problemi."
Secondo l'UNICEF, le emorragie e le infezioni che seguono questo genere d'intervento possono essere mortali. In oltre, le donne escisse rischiano di conservare gravi conseguenze: dolori atroci, incontinenza, ulcere alle zone genitali, sterilità, parti difficili, ecc. Alcuni sostengono a torto che l'escissione è prevista dal Corano. D'altra parte, il 61% delle donne musulmane sono escisse contro il 31% delle cattoliche. Nel sud-est del Paese, tra le etnie per cui l'escissione è una consuetudine, oltre nove donne su dieci subiscono questa pratica.Comunque, con la campagna di sensibilizzazione condotta da più di cinque anni dap arte delle associazioni, dei ciadiani attualmente esprimono liberamente la propria opposizione alle MGF, come Zara, che, alludendo a coloro che invocano l'Islam per giustificare questa pratica che stava per causare la sua morte, sbotta: "Di grazia, che non ci raccontino sciocchezze! Le mie figlie non saranno mai escisse!" L'informazione fa ancora fatica a circolare. Pochi ciadiani sono abbastanza istruiti da sapere cosa significa una legge, analizza Rosine Baïwong Amane, coordinatrice della Cellula di Connessione ed Informazione delle Associazioni Femminili, prima di concludere: "Le nostre pratiche consuetudinarie e tradizionali sono predominanti sulle legge scritte." Suggerisce che i testi di legge siano tradotti in lingue locali per essere accessibili. Bisogna anche mobilitare le vittime e tutti coloro che si oppongono a queste mutilazioni "allo scopo di spingere il governo ad adottare il decreto di applicazione della legge contro l'escissione", dichiara."

Wednesday, October 15, 2008

Camerun: Tangentopoli all'africana


Nome Ufficiale: République du Cameroun – Republic of Cameroon
Capitale: Yaoundé
Superficie: 475.440 km²
Popolazione (2007): 16,6 milioni (fonte: World Bank)
Popolazione urbana (2006): 54,6% (fonte: Africa Economic Outlook 2007)
Tasso d'analfabetismo (2007): 32,1% (fonte: Africa Economic Outlook 2007)
Lingua: francese, inglese (ufficiali), ewondo, bulu, peul, bamileké, douala, bassa, camfranglais
Religione: Islamismo, Animismo, Cristianesimo
Gruppi etnici: Ewondo, Peul, Beti-Bulu, Bamileké, Douala, Bassa, Fulani, Arabi Shuwa, Pigmei… il Camerun viene chiamato anche "Africa in miniatura" per la sua grande varietà geografica e per il gran numero di gruppi etnici e linguistici (tra i 230 ed i 282 a seconda delle stime) presenti sul territorio
PIL (2007): 20,9 miliardi USD (fonte: IMF)
Indipendente dalla Francia dal 1° gennaio 1960 e dal Regno Unito dal 1° ottobre 1961
Capo di Stato: Paul Biya (dalle dimissioni dell'allora Presidente Ahmadou Ahidjo il 4 novembre 1982)
Wikipedia Link:
http://it.wikipedia.org/wiki/Camerun
Il Camerun viene spesso chiamato "Africa in miniatura" per la sua grande varietà geografica ed etnico-linguistica, che riproducono su scala minore quelle dell'intero continente africano.
Le somiglianze, però, non si fermano qui. Il Camerun, infatti, a livello nazionale presenta molte delle caratteristiche, positive e negative, dell'Africa. In campo politico, sociale ed economico.
A 74 anni, il Presidente Paul Biya sembra determinato a tenersi stretto il potere che detiene da ormai più di 25 anni. Il 31 dicembre scorso, nel corso del suo consueto discorso di fine anno, egli aveva infatti annunciato ai suoi compatrioti di non essere "insensibile" ai "numerosi appelli favorevoli ad una revisione della Costituzione che gli arrivano". Secondo l'articolo 6 del testo votato dall'Assemblea Nazionale il 14 gennaio 1996, l'attuale capo di Stato non potrà ripresentarsi nel 2011 al termine del suo secondo mandato. Al potere dal 1982, Paul Biya ha deciso che bisogna riesaminare le disposizioni costituzionali "che meriterebbero di essere armonizzate con i recenti passi in avanti del nostro sistema in modo da rispondere alle aspettative della grande maggioranza della nostra popolazione." E, grazie alla vastissima maggioranza di cui gode il suo partito, il Rassemblement Démocratique du Peuple Camerounais (RDPC), forte di 140 dei 180 scranni parlamentari, l'impresa si preannuncia piuttosto facile per l'anziano Presidente.
La politica camerunense vive un momento di scompiglio da quando, nel 2004, il Primo Ministro Ephraïm Inoni ha lanciato l'operazione anticorruzione "Épervier" (Sparviero), che ha già fatto cadere numerose teste importanti.
Negli Anni '80, la caduta del corso delle materie prime aveva provocato la crisi nel Paese, le cui esportazioni si basavano principalmente sui prodotti agricoli. Alcuni osservatori hanno però hanno stimato insufficiente questa spiegazione: dietro la caduta delle materie prime si nascondeva qualcosa d'altro, ovvero un certo lassismo nella gestione dei nuovi governanti, il cui arrivo al potere aveva coinciso con l'appropriazione illecita di fondi pubblici. A ciò si aggiungevano la svalutazione del franco CFA ed la doppia drastica riduzione dei salari, che riduceva di circa il 75% le entrate dei dipendenti della funzione pubblica. Ma il vero paradosso è stato che in quel momento preciso le auto di grossa cilindrata hanno iniziato a comparire nelle strade, le ville sono spuntate come funghi, dei nuovi quartieri lussuosi hanno visto la luce… come spiegare che tutto questo avveniva in piena crisi economica e che il miliardo era stranamente diventato la nuova unità di misura?
Come conseguenza, il Camerun ha vinto per due volte il poco onorevole titolo di "Stato più corrotto al mondo" assegnato dalla ONG Transparency International. Ed in effetti, la corruzione è diffusa a tutti i livelli dello Stato, dai funzionari più alti ai più bassi. Il 40% delle spese dello Stato non servono alla nazione, ma sono intascati da funzionari statali. Una parte delle entrate equivalente al 5% del PIL, ovvero circa 500 miliardi di franchi CFA (762 milioni di euro) andrebbe ogni anno nelle tasche di individui senza scrupoli.
Lo Sparviero ha scovato ed arrestato decine di alti dirigenti politici e finanziari ed imprenditori che non avevano esitato a ricevere "mazzette" ed alcuni di loro sono stati condannati fino a 50 anni di carcere.
Molti camerunensi però dubitano che questi arresti riducano il livello di appropriazione illecita di denaro, pratica diventata ormai endemica nel Paese da oltre 20 anni.
Un altro problema irrisolto del Camerun è il contenzioso che lo oppone alla Nigeria per la sovranità della Penisola di Bakassi, nelle acque ricche di petrolio del Golfo di Guinea. Quattordici anni dopo il generale Sani Abacha aveva lanciato le truppe federali all'assalto di queste isolette disputate al Camerun da mezzo secolo, il 21 agosto 2006 l'esercito nigeriano aveva finalmente evacuato Bakassi.
Il 10 ottobre 2002 la Corte Internazionale di Giustizia aveva emesso una sentenza in favore del Camerun, ma la Nigeria da allora ha moltiplicato le manovre dilatorie. È solo grazie ad una forte pressione internazionale che Yaoundé ha potuto ritrovare la sua sovranità su questa zona potenzialmente ricca di idrocarburi. La Nigeria ha dovuto cedere all'insistenza del Segretario Generale dell'ONU e del Dipartimento di Stato americano, ormai il vero gendarme del Golfo di Guinea, le cui riserve di idrocarburi, stimate a 24 miliardi di barili di greggio di buona qualità e di facile accesso, si inscrivono, molto logicamente, nella strategia energetica statunitense.
La situazione instabile non è ancora stata risolta e, a parte gli attacchi dei militanti del MEND (Movimento per l'Emancipazione del Delta del Niger), la Nigeria non ha ancora ufficialmente riconosciuto l'accordo su Bakassi.
Un forte peso per la crescita del Paese è l'insufficienza dell'offerta energetica, che è addirittura diventata una minaccia per l'ordine pubblico da quando una marcia organizzata nella città di Abong-Mbang (Est) il 17 settembre 2007 per il ristabilimento dell'elettricità è degenerata in scontri tra i manifestanti e le forze di polizia, causando la morte di due manifestanti. I black-out sono frequenti: uno smacco per un Paese che detiene il secondo potenziale idroelettrico dell'Africa Centrale dopo la Repubblica Democratica del Congo. Per questo, il governo ha messo a punto un nuovo piano energetico nazionale. Il Primo Ministro Inoni ha posato la prima pietra della centrale termica di Yassa, vicino Douala, il 17 marzo scorso: il progetto costerà 52 miliardi di franchi CFA e darà vita ad una centrale capace di produrre 86MW.
Questa è solo una delle possibilità che si prospettano al governo camerunense per aumentare l'offerta di un settore per ora tributario al 95% all'idrologia: il piano però è quello di diversificare il più possibile la produzione sfruttando le risorse di cui il Paese è ricco. Per esempio, il piano dettagliato dei tecnici governativi parla di un forte potenziale solare (che varia tra i 6,5kW/giorno/m² nella parte settentrionale del Paese ed i 4kW/giorno/m² nel sud). Inoltre, con 3 milioni di m³ di scarti del legno all'anno, le biomasse locali offrono una situazione energetica apprezzabile. Quanto all'eolico, i venti stagionali del Paese non offrono che soluzioni combinate ibride.
Con tutto questo potenziale, ovviamente i progetti non mancano.

Per la Mente (Libri):
Tels des astres éteints (Léonora Miano);
L'Intérieur de la nuit (Léonora Miano);
Contours du jour qui vient (Léonora Miano);
Afropean Soul (Léonora Miano);
The tragedy of Mr. No-Balance (Victor Musinga);
House of falling women (Rosemary Ekosso);
Verdict of the gods (Janet Ekaney);
No Turning Back: Poems of Freedom, 1990 – 1993 (Dibussi Tande, poesie: date un’occhiata al suo sito www.dibussi.com, molto interessante);
The day god blinked (Alobwed'Epie)


Per le Orecchie (Musica):
Manu Dibango
Sally Nyolo
Nelle Eyoum
Ekambi Brillant
Jean Bikoko
Mama Ohandja
Les Têtes Brulées
Koppo
Krotal
Lady B (questa è per Uhuru… dicono sia la Diam's camerunense)

Per gli Occhi (Cinema):
Les Saignantes (Jean-Pierre Bekolo - vi avviso: alcuni ne parlano benissimo, altri dicono faccia schifo. Io volevo vederlo quando ero a Parigi, ma finora ancora non ne ho avuto l'occasione...);
Sisters in Law (Florence Ayisi);
Une affaire de nègres (Osvalde Lewat);
Quartier Mozart (Jean-Pierre Bekolo);
Le complot d'Aristote (Jean-Pierre Bekolo);
Clando (Jean-Marie Teno);
Chocolat (Claire Denis)


Per il Cuore (Arte):
Samuel Fosso
Bili Bidjocka


Per la Bocca (Cibo):
Fufu (polpette di cassava o yam condite con delle salse);
Ndole (stufato di ndole - una pianta simile all'assenzio, arachidi e semi di melone. Può inoltre contenere carne, gamberi o cotenna di maiale);
Sangah (misto di mais, foglie di cassava e succo di palma);
Bobolo (cassava fermentata)



colonna sonora: Soul Makossa (Manu Dibango)

Saturday, October 11, 2008

Pena di morte: uno sguardo sull'Africa.

Ieri era la Giornata Mondiale Contro la Pena di Morte, allora traduco due articoli di Pierre-François Naudé apparsi su L'État de l'Afrique 2008 (aprile 2008) sullo stato della pena di morte nei Paesi Africani. Sono un po' vecchi, ma contengono molti dati interessanti…


Giustizia – Verso l'abolizione della pena di morte.
Con il sostegno di alcuni Paesi africani, l'Organizzazione delle Nazioni Unite si è impegnata, nel dicembre 2007, per una moratoria delle esecuzioni.

Probabilmente non conosceremo mai le conseguenze esatte sull'opinione pubblica mondiale della diffusione, nel gennaio 2007, delle immagini dell'impiccagione di Saddam Hussein. Le circostanze particolarmente indegne della messa a morte dell'ex-rais, e forse ancora di più la loro pubblicità su supporto digitale, sono risuonate come un terremoto. Persino la coscienza di coloro che vi hanno attivamente contribuito – in prima linea i dirigenti inglese ed americano Tony Blair e George W. Bush – ha sembrato esserne scossa per un attimo.
Ironia della sorte, è proprio l'esecuzione di Saddam Hussein ad aver rilanciato il dibattito sulla pena capitale presso l'ONU. Se Israele e l'Iran sono stati i soli Paesi a rallegrarsi pubblicamente della morte del rais, l'Italia, per voce del suo Presidente del Consiglio, Romano Prodi, è stata uno dei pochi a condannarla pubblicamente, ed a più riprese. È quindi naturale che il governo italiano, accedendo per due anni, in gennaio 2007, allo status di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, si sia impegnato a prendere un'iniziativa mirante a condannare la pena di morte. Una decisione che beneficia dell'influente appoggio del Portogallo, che ha assunto la presidenza di turno dell'Unione Europea il 1° luglio dello stesso anno.

Dopo due fallimenti, uno nel 1994 ed uno nel 1999, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato, il 18 dicembre 2007, una storica risoluzione volta "a istituire una moratoria sulle esecuzioni in vista dell'abolizione della pena di morte". Una decisione simbolica, poiché priva di portata giuridica limitativa, ma che rafforza considerevolmente il peso degli abolizionisti, come testimoniano i violenti dibattiti che hanno accompagnato il voto. Alcuni Paesi opposti al progetto hanno tentato in tutti i modi di farlo fallire. Chi proponendo delle alterazioni alla lettera del progetto (legando per esempio il divieto d'aborto a quello della pena di morte), chi semplicemente accusando l'Europa di volere, come una potenza coloniale, imporre i propri "valori".
Ciò non toglie che, aldilà delle pressioni, reali ma allusive, dell'UE sui propri partner per lo sviluppo – in particolare africani – per ottenere la loro adesione alla moratoria, la risoluzione dell'ONU ha ricevuto una grande maggioranza: 104 voti contro 54, e 29 astensioni. Un mese prima, l'adozione del progetto di risoluzione (per 99 voti favorevoli contro 52 contrari e 33 astensioni) in seno alla terza commissione dell'Assemblea aveva già rivelato che numerosi Paesi africani erano interessati dal fenomeno di crescente simpatia in favore della moratoria ed avevano inoltre fortemente contribuito alla riuscita positive del progetto, nello specifico attraverso una forte astensione.
Secondo il primo scrutinio, sui 192 Paesi membri dell'ONU, solo 52 continuano a sostenere attivamente il principio della pena di morte. Ma tra questi ultimi, non se ne contano più di dieci africani: l'Egitto, la Libia, il Botswana, le Isole Comore, l'Etiopia, il Malawi, la Nigeria, il Sudan, l'Uganda e lo Zimbabwe. Malgrado una legislazione non-abolizionista, e nonostante intrattenga rapporti sempre più stretti con i Paesi del Golfo – fortemente opposti al progetto -, il Marocco si è astenuto. Fedele alla sua strategia di elusione, la Tunisia non ha partecipato al voto. Ugualmente assenti: la Repubblica Democratica del Congo e la Somalia, come pure le Seychelles, la Guinea-Bissau ed il Senegal (tutti e tre abolizionisti di fatto). Oltre al Marocco, gli astensionisti africani sono stati 18 e vanno dal Ciad al Madagascar, passando per il Camerun, la Repubblica Centrafricana, il Congo, la Guinea Equatoriale, il Niger ed il Togo, senza dimenticare il Ghana, la Guinea, il Kenya, la Tanzania e lo Zambia.

In definitiva, si tratta di un grande successo per i militanti dei diritti dell'uomo, che vi vedono la ricompensa di un lungo lavoro di lobbying. "Pur senza aver abolito la pena di morte da loro, alcuni Paesi africani sono diventati dei sostenitori attivi della moratoria universale, come l'Algeria, il Gabon, il Mali, il Burkina, il Benin ed il Burundi, mentre altri, ancora più numerosi, non le fanno ostacolo, che fa ben sperare per l'avvenire", si rallegra Antoine Bernard, il direttore esecutivo della Federazione Internazionale della Lega dei Diritti dell'Uomo. Oltretutto, tra questi ultimi, 11 fanno parte del gruppo dei 21 Paesi africani che non hanno, da oltre dieci anni, ufficialmente eseguito alcun condannato e che sono dunque considerati abolizionisti di fatto, per quanto fragile questa posizione sia.
Paradossalmente, questo miglioramento sul piano internazionale interviene su un contesto africano incerto, dove dei numerosi passi in avanti spesso procedono fianco a fianco con delle inquietanti ritirate. In materia di avanzata, da un lato, si conta certamente il numero crescente di Stati che hanno abolito di fatto la pena di morte in questi ultimi anni. Alla fine degli Anni '80, non erano che due in questa posizione: le Seychelles (1976) e Capo Verde (1981); oggi sono 14. Ultimi per data, il Ruanda (2007), la Liberia (2005), il Senegal (2004) e la Costa d'Avorio (2000) hanno raggiunto Gibuti, le Mauritius e l'Africa del Sud (1995), la Guinea-Bissau e l'Angola (1992), il Mozambico, São Tomé e Principe e la Namibia (1990). Chi sarà il prossimo? Le recenti evoluzioni permettono di sperare in progressi significativi, ossia un'abolizione totale, in Mali, in Gabon così come in Burundi ed in Marocco.
Altra nota positiva: se nessun Paese dell'Africa del Nord, al contrario dell'Africa australe, ha ancora abolito la pena capitale, il dibattito sulla posizione di quest'ultima nell'Islam progredisce (solo due Paesi a maggioranza musulmana, la Turchia ed il Senegal, sono abolizionisti). E secondo l'associazione Insieme contro la Pena di Morte (ECPM), gli appelli alla moratoria hanno trovato un eco molto favorevole presso il Gran Mufti d'Egitto, Sheikh Ali Jomaa, e presso il predicatore della catena televisiva Al-Jazeera, il Dott. Youssef al-Qaradawi. D'altra parte, dall'altro lato, la pena capitale è tornata la norma in numerosi Paesi sotto la copertura della recrudescenza degli attentati islamisti dall'11 settembre 2001 – nonostante si applichi di rado. Le condanne si moltiplicano. Da due anni, secondo Amnesty International, hanno avuto luogo in almeno una quindicina di Paesi africani, come l'Algeria, il Benin, la Tunisia, il Burkina, il Burundi, il Kenya, la Libia, il Mali, il Marocco, la Nigeria, la Repubblica Democratica del Congo, il Togo… Ma anche nei Paesi – meno numerosi – che continuano ad applicare queste sentenze, in primo luogo la Nigeria ed il Botswana – che praticano sempre delle esecuzioni segrete -, l'Egitto, la Guinea Equatoriale, l'Uganda, la Somalia e, soprattutto, il Sudan, che detiene la palma africana con almeno 65 esecuzioni nel 2006, che lo piazzano al quarto posto mondiale – ex aequo con l'Iraq.
Inoltre, indipendentemente dai progressi recentemente registrati in materia, l'abolizione della pena di morte non resolve tutto. "Il continente africano è molto lontano dal continente asiatico, che registra dei record macabri di esecuzioni, in particolare la Cina, precisa Michel Taube, scrittore francese e fondatore di ECPM. Ma siamo malgrado tutto preoccupati per l'Africa a causa del numero di assassini extragiudiziari". Un'analisi che l'evoluzione recente della situazione in Ciad o in Kenya, in particolare, conferma."

In Africa (dati presi dal sito di Nessuno Tocchi Caino):
Abolizionisti: Angola, Capo Verde, Costa d'Avorio, Gibuti, Guinea-Bissau, Mauritius, Mozambico, Namibia, Ruanda, São Tomé e Principe, Senegal, Seychelles, Sudafrica.
Abolizionisti di fatto (non eseguono sentenze capitali da almeno 10 anni; tra parentesi l’anno dell’ultima esecuzione): Benin (1993), Burkina Faso (1988), Camerun (1988), Congo Brazzaville (1982), Eritrea (non risultano esecuzioni dall’indipendenza del Paese nel 1993), Gabon (1985), Gambia (1981), Ghana (1993), Isole Comore (1997), Kenya (1987), Lesotho (1995), Liberia (2000), Madagascar (1958), Malawi (1992), Marocco (1993), Mauritania (1987), Niger (nessuna esecuzione o condanna a morte dal 1976), Repubblica Centrafricana (1982), Sierra Leone (1998), Swaziland (1982), Tanzania (1994), Togo (1978), Tunisia (1991), Zambia (1997).
Paesi che attuano una moratoria delle esecuzioni: Algeria, Mali.
Mantenitori: Botswana, Burundi, Ciad, Egitto, Etiopia, Guinea, Guinea Equatoriale, Libia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Uganda, Zimbabwe.


In Ruanda, l'abolizione partecipa alla riconciliazione.
""La pena di morte non ha dissuaso la gente a prendere dei machete per massacrare i propri concittadini, è per questo che non siamo infastiditi dalla sua soppressione", dichiarava all'inizio del 2007 Théodore Simburudali, il presidente dell'Associazione di Difesa degli Interessi dei Superstiti del Genocidio (Ibuka). Qualche mese più tardi, il 25 luglio, il Ruanda è diventato il primo Paese della regione dei Grandi Laghi ad abolire la pena di morte, dopo numerose consultazioni popolari condotte dall'ottobre 2006.
L'abolizione, di cui il presidente ruandese e leader del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), Paul Kagamé, si diceva un fervente partigiano, era anche un'esigenza del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda che condizionava il trasferimento di alcuni sospetti alla giustizia ruandese.
Questa misura faro dello sforzo di riconciliazione nazionale ha riguardato direttamente circa 600 persone. Ma ha permesso anche, grazie ad un effetto a catena, di decongestionare le prigioni. In effetti, numerosi detenuti condannati ad una semplice pena d'incarceramento beneficiano da allora di una libertà condizionata."


Allego i link ad un articolo di Nigrizia che spiega brevemente il background giuridico di alcuni paesi africani ed alla voce “Uso della pena di Morte nel Mondo” di Wikipedia (qui i dati sull’Africa sono diversi da quelli di Nessuno Tocchi Caino… in realtà il Gabon ha abolito la pena capitale nell’ottobre 2007 – merito della conferenza organizzata a Libreville dalla Mongi? ;-P – e il Mali ha dichiarato che la sospenderà il 25 dicembre di quest’anno). I metodi di esecuzione più utilizzati sono la fucilazione e l’impiccagione, mentre il Sudan, in pieno stile “islamista retrogrado”, per alcuni tipi di reato prevede la lapidazione o la crocifissione (non sono sicurissima, ma, rimembrando i corsi di Diritto islamico, immagino la lapidazione per il crimine di adulterio e la crocifissione per il reato di apostasia).